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I Monti Ernici

Catena montuosa del Sub-Appennino  Centrale

ernici liveConfine naturale tra le regioni Lazio ed Abruzzo, la  catena montuosa dei Monti Ernici si estende in direzione Ovest-Nord/Ovest - Est-Sud/Est ed è delimitata a Nord dalla valle del f. Aniene, ad  Est dalla  valle  del  f. Liri,  a  Sud ed a Ovest dalla valle del f. Sacco. La configurazione attuale è il risultato dell’evoluzione che ha interessato la zona per centinaia di milioni di anni e che ha lasciato nelle sue rocce testimonianze attraverso le quali si può leggere tutta la loro storia. C’era il mare e nel mare  molluschi. Ed il mare scomparve e crebbero le montagne ed il tempo erose le montagne e tornò il mare.   Sugli  scogli  e   nelle rocce  si fissavano le rudiste, si adagiavano sul fondo scheletri di squali e le ostriche e gli altri bivalve si ammucchiavano in masse compatte. E crebbero ancora le montagne. E salivano e nascondevano ammoniti tra i ciottoli erosi delle antiche montagne, frammenti di rudiste e denti di squalo, ciprine e pettini, ostriche giganti e lische di pesci. Tra i pascoli rigogliosi pascolavano l’elefante antico dalle zanne possenti, il rinoceronte e l’ippopotamo dalla mole massiccia ed il bue antico dalle superbe corna e vennero  i cavalli, i cervi,  i buoi, gli stambecchi…e c’erano leoni e tigri,  lupi e volpi, aquile ed avvoltoi e c’erano i piccoli animali che ancora incontriamo. Ed irruppero i vulcani. Violenti cataclismi accompagnavano le loro eruzioni e le loro esplosioni. Dove furono piogge di cenere e lapilli, fiumi di fango coprirono tutto quello che era stato, i terremoti sconvolsero il paesaggio, i fiumi cambiarono il loro corso, invasero nuove valli e le colmarono; erosero i fianchi dei monti per  aprirsi nuove vie. I ghiacci, infine, arrotondarono le cime, lisciarono le rocce, scavarono orride valli, si sciolsero e l’acqua penetrava tra i calcari e gli scioglieva. Caverne immense che si formavano e crollavano e crollano; baratri, inghiottitoi, doline, bacini e fiumi asciutti, fiumi sotterranei, sorgenti che sanno di neve e di zolfo e sono gli Ernici, i nostri Ernici.

Popolazione preromana dell’Italia Centrale 

Gli Ernici erano un'antica popolazione che si stabilì, in età protostorica,  nell’Italia centrale tra i Monti Ernici ed i Monti Lepini, praticamente lungo tutto il bacino del fiume Sacco. Sulla loro origine rimane il mistero più fitto e, già in età antica, alcuni storici li facevano discendere dai Pelasgi, ed altri dai Lidi;  per la maggior parte, comunque, era una popolazione trasmigrata dal Medio Oriente o dalla Grecia Micenea. Senza entrare nel merito, si può dire che i reperti archeologici della zona ci testimoniano una frequenza umana ininterrotta che va dal paleolitico superiore ai nostri giorni, tecniche che li accomunano alle culture appenniniche e villanoviane e rapporti col mondo miceneo, greco, etrusco ed, infine, romano. Per quanto riguarda le loro origini, avrebbe potuto dare testimonianze più sicure il ritrovamento di un villaggio in territorio di Anagni.  L’incalzare dei lavori della ferrovia ad alta velocità che prevedevano lo smantellamento della collina su cui sorgeva il villaggio, hanno determinato, però, un'indagine affrettata. Questo villaggio, forse l’unico del suo genere, si conservava pressoché intatto su un banco di tartaro sul quale erano perfettamente visibili i tracciati delle fondamenta delle abitazioni ernici innevatie degli edifici, i buchi per i pali, ed i canali per la raccolta dell’acqua. Conservava perfettamente le tombe con gli scheletri ed  i corredi, i silos per le derrate alimentari e le cisterne. Tutti i reperti si possono attribuire alla fine del neolitico che sarebbe, appunto, l’epoca dello stanziamento degli Ernici nella zona. Da fonti storiche, quasi tutti gli autori antichi infatti se ne sono occupati, sappiamo che gli Ernici  confinavano da est a nord-est con i Marsi che occupavano il bacino del Fucino e l’alta valle del Liri, a nord con gli Equi che occupavano il bacino dell’Aniene, ad ovest con i Prenestini ed i Latini e che, intorno al VII sec.a.C. la parte destra del corso del Sacco fu occupata, non si sa come, dai Volsci che, in alcune occasioni hanno esteso la loro occupazione perfino alle città di Ferentino e Frosinone. Le valli del Sacco e del Liri erano e sono la via più comoda per collegare il centro al sud dell’Italia ed è possibile unire il versante adriatico al Tirreno, attraverso la valle del Liri e i numerosi valichi dalla valle del Sacco alla Pianura Pontina. Questa posizione geografica, insieme all’abbondanza di pascoli e di acqua, alla ricchezza dei boschi, alla fertilità del suolo, ed alla disponibilità delle materie prime necessarie e sufficienti all’economia antica, consentirono agli abitanti un alto grado di benessere e la costruzione delle città fortificate che, dai contrafforti degli Ernici, stanno a guardia della valle e controllavano i traffici. Che le città siano antiche lo dimostrano le leggende che attribuivano a Saturno la costruzione di Alatri ed Anagni, i due poli principali della politica ernica che era  basata su confederazioni di città; le altre città principali erano: Ferentino e Veroli tutte cinte dalle imponenti mura ciclopiche che racchiudono ancora i centri storici. I rappresentanti delle città erniche, la Lega Ernica, si riunivano periodicamente al Circo Marittimo, d’incerta collocazione in territorio di Anagni ed al tempio della Bellona, sul colle dei Cappuccini, in territorio di Alatri; ma, almeno per quanto riguarda l’età storica, condizionata fortemente da Roma, non si arrivava mai ad una vera e propria alleanza o, almeno, allo stabilire una politica estera comune, tant’è vero che, negli episodi delle guerre puniche e sannitiche, Alatri, Ferentino e Veroli rimasero alleate di Roma e si videro riconfermato il patto di alleanza, sottoscritto già dal tempo di Tarquinio il Superbo, mentre Anagni ne approfittò per cercare di scrollarsi il giogo romano ed insieme ad altre città, dichiarò guerra a Roma. Il patto di alleanza con Tarquinio il Superbo aveva una sua logica: Gli Ernici si trovavano assediati dai bellicosi Equi e dai Volsci in espansione ed i Romano-Etruschi avevano bisogno di itinerari sicuri per raggiungere le loro sedi in Campania e di alleati per fronteggiare il comune pericolo, rappresentato appunto dai Volsci e dagli Equi. Per questo motivo i termini della triplice alleanza: Romani, Latini ed Ernici, erano molto favorevoli. Prevedevano, infatti, amici e nemici comuni, partecipazione alle guerre, la divisione del bottino in parti uguali e, soprattutto, il diritto di connubio. Si può azzardare che in questo frangente le città erniche si siano fortificate e si siano costruite le mura ciclopiche. Non avrebbe senso posticipare la loro costruzione a periodi successivi, quando Roma aveva assunto una posizione egemone e non solo per quanto riguarda la triplice alleanza; aspirava, infatti, alla conquista di tutta l’Italia e ne fagocitava le varie popolazioni con particolare attenzione al sud che apriva le porte ai traffici con i rivieraschi prato di campolidel Mediterraneo. Stando così le cose, non avrebbe potuto permettere la costruzione di fortificazioni inespugnabili che avrebbero potuto impedirle l’accesso ai territori ambiti. E, forse per ovviare a tale pericolo, iniziò, nel IV secolo la costruzione dell’Appia attraverso, immaginate, le Paludi Pontine. Con la cacciata dei re, l’avvento della repubblica, la sottomissione dei Volsci e degli Equi e più di tutto la perdita delle basi etrusche in Campania, l’alleanza perse il suo valore politico –economico. Incombevano, intanto, nuove minacce: Pirro, Annibale ed i Sanniti. Venivano tutti dalla valle del Liri. Veroli, Alatri e Ferentino erano le più esposte; e, per questo motivo, mantennero l’alleanza con Roma. E’ pure vero che, in alcune occasioni, tra i prigionieri fatti dai romani c’erano soldati delle tre città alleate, ma fu risposto che si trattava di mercenari. Ed è vero che gli Ernici tenevano molto alla propria indipendenza ed al rispetto dei patti dell’antica alleanza, tanto che, quando fu loro offerta la cittadinanza romana, la rifiutarono. Lo racconta Livio a proposito delle guerre sannitiche: “A tre popoli degli Ernici, gli Altarini, i Verolani e i Ferentinati furono ridate le proprie leggi ed il diritto di connubio, poiché preferirono questo privilegio a quello della cittadinanza.” E ancora, quando poi, conclusa l’alleanza tra i Romani e i Sanniti, i feziali offrirono a quest’ultimi la cittadinanza romana, fu questa la risposta: “Quanto ciò fosse desiderabile, l’avevano mostrato gli Ernici, poiché quelli che tra loro ne avevano avuto la facoltà, avevano preferito le proprie leggi alla cittadinanza romana.” Sono questi gli ultimi episodi che vedono gli Ernici protagonisti come popolo. Successivamente, con l’estensione della cittadinanza romana a tutti gli Italici, gli Ernici finirono nel calderone della politica e della cultura romana.

Il villaggio protostorico di Anagni (un’occasione perduta).

Da tempo si sapeva che sotto quel sottile strato di terra che copriva il banco di travertino ci poteva essere qualcosa di importante. L’aratro, ogni volta, tirava fuori i soliti cocci antichi che escono un po’ dovunque nelle nostre terre,trivigliano ma l’occhio più attento distingueva frammenti di selce e di ossidiana e, nei casi più fortunati, punte di freccia e lame. Lo sapevano gli studiosi locali e lo sapeva la Soprintendenza Archeologica. Tutti aspettavano che qualcuno si fosse mosso. E viene il treno. Il treno dell’alta velocità. A perdita d’occhio, valli colmate e colline rase al suolo, una spada di cemento copre e distrugge ogni cosa. Dritta alla meta. Trancia il verde dei prati, i colori della campagna, falcia alberi e s’abbatte su case e casolari. Non è nostalgia e non è “salvare la natura ad ogni costo”. Ci avevano detto che le  nostre imprese ed i nostri disoccupati avrebbero trovato lavoro. Ci dicono ancora che la nostra provincia ne trarrà un sicuro vantaggio. Quale vantaggio ? Il treno andrà Roma - Napoli, veloce, anzi,  superveloce, con gente che s’aggiorna sulle ultime notizie, prende appunti, le orecchie attaccate al telefonino e gli occhi persi in un girotondo senza immagini. Roma-Napoli e risparmio di tempo. Cos’è il tempo ? Un andare tra le cose che ci sono intorno, forse; ma su quel treno non abbiamo niente intorno, siamo soli con i nostri affari da sbrigare e non ci sono né alberi né campagna, né case, né città. Metteranno forse i manifesti con scritte multilingue: Questa è la cattedrale di Anagni. Questa è Ferentino. Questa...Chissà se una voce dirà state attraversando la Ciociaria, terra.... Qual è, allora,  il vantaggio promozionale che ce ne sarebbe derivato. ? ! E, ditemi, conoscete voi qualcuno dei nostri disoccupati o qualche impresa nostrana che abbiano collaborato a questo scempio ? Superveloce Roma- Napoli. Migliaia di miliardi e tre miliardi che si perdono per ogni giorno di fermo- lavori. Si sente di ville romane e di necropoli antiche; si sente di timidi sondaggi. Il treno deve andare dritto e veloce su un biliardo di cemento. Ci sono stato e l’ho visto. C’era una collina ed un prato verde. Da una parte il fiume, dall’altra la pianura e sul colle c’erano studenti che cercavano pazientemente. Segnavano mappe  e raccoglievano cose. E gli uomini vivevano nelle loro case delimitate dalle orme dei pali  e nelle case, il focolare, le stoviglie e gli utensili;  e c’erano intorno i magazzini e le cisterne scavati pazientemente nel travertino e c’erano i canali che portavano l’acqua alle loro speranze di agricoltori e c’erano le tombe con le  famiglie raccolte con le loro cose di ogni giorno ed un cane a guardia. Ci sarebbero voluti anni per trovare tutte le case e le tombe,  i magazzini e le cisterne e sapere dove i canali portavano acqua alle speranze di vita. E sarebbe stata una “Pompei” di 6000 (seimila) anni fa. Non c’è più nemmeno la collina e nessuno ne ha parlato. Strano! Fa, spesso, notizia il ritrovamento di una tomba ed il sospetto della presenza di una villa romana blocca, per mesi, lavori importanti, in attesa...mentre qualcuno si dà da fare per spiegarci le ragioni e l’importanza dei lavori da eseguire e qualcun altro l’importanza del reperto e suggerisce alternative. Per il villaggio di Anagni, niente; come se non fosse mai esistito per nessuno. Che non ne abbia parlato nessuno, non è proprio vero. Ne hanno parlato invece. Si è tenuto, addirittura, un seminario ad Anagni. A cose fatte. Tecnici dell’ impresa ci hanno mostrato grafici ed illustrato diagrammi, ci hanno detto perché così e perché cosà e ci hanno espresso, soprattutto, il loro amore per la natura ed il rispetto per la storia. Poche parole e qualche diapositiva da parte dei responsabili dei lavori dello scavo archeologico. Dagli uni e dagli altri mi è sembrato di capire che, su quel colle,  uomini di 6000 (seimila) anni or sono hanno iniziato un periodo molto importante e, purtroppo, poco noto della nostra storia perché scarsi sono i ritrovamenti, in Italia ed in Europa. E allora ? Nessuno potrà più dirci chi erano quegli uomini che, agli inizi del nostro essere, vivevano sulla collina e andavano tra le  cose intorno in un tempo fatto di spazi e di esperienze, nessuno, soprattutto,  ci ha detto se  quella collina si poteva scansare. fonte: www.montiernici.it (Amilcare Culicelli)

mappa

Vulcano - Il Sinabung

sinabungNuova eruzione del vulcano Sinabung intorno alle 6.30 della mattina del 30 agosto 2010 nell'isola di Sumatra, in Indonesia.
Per cause legate all'eruzione è stata confermata ufficialmente la morte di due persone mentre è salito a oltre 34mila il numero delle persone evacuate.
Per la Protezione civile indonesiana, riferisce l'agenzia di stampa 'Okezone', è necessario ''prendere tutte le precauzioni possibili'' perché non esistono ''dati noti su questo vulcano''. Il ministro per i Beni sociali, Agung Laksono, ha fatto sapere che il costo dell'operazione peserà sulle casse dello Stato per l'equivalente di quasi ''14 milioni di euro''. ''Sinora sono stati stanziati 500 milioni di rupiah'', circa 44mila euro, ha detto il ministro a 'Detikcom'.
Gli sfollati sono stati trasferiti in centri allestiti per l'emergenza, dove dovranno restare fino a quando non sarà sceso il livello di allarme.
Il vulcano Sinabung, inattivo da 410 anni, si è risvegliato ieri ed è uno dei 35 vulcani attivi a Sumatra. La montagna, di circa duemila metri, fa parte della catena del Bukit Barisan.
L'arcipelago indonesiano si trova nell'anello di fuoco del Pacifico, una zona sismica molto attiva, con 129 vulcani in attività. I più attivi sono Kelut e Merapi, entrambi nell'isola di Giava.

Il Sinabung vulcano conico, sorge sopra le fattorie sul Plateau Kato. Gunung Sinabung contiene quattro crateri sommitali, il più meridionale dei quali è il più giovane. Molti flussi di lava importanti appaiono sui fianchi del vulcano. N. confermato eruzioni storiche sono conosciute da Gunung Sinabung. Foto di Casadevall Tom, 1987 (US Geological Survey)


L'Isola di SUMATRA

Sumatra (o Sumatera), la sesta più estesa isola del pianeta con una superficie di 420.000 chilometri quadrati, si trova all’interno dell’Arcipelago Indonesiano, a sud della Malesia, da cui è separata dallo stretto di Malacca, a isola sumatranord-ovest dell’isola di Giava e ad est del Borneo, situato oltre lo stretto di Karimata.

L’isola, tagliata in due dalla linea dell’equatore, balzò agli onori delle cronache dell’antichità col nome "Suvarna Dvipa", che in sanscrito significa "Isola dell’Oro", per via dell’attività estrattiva del prezioso minerale, e si affermò come nodo strategico sulla rotta commerciale navale tra India e Cina. Dopo una prima fase caratterizzata dalla dominazione indiana, il controllo della regione passò ai mercanti arabi giunti dai regni giavanesi che introdussero la religione musulmana. Oggi la popolazione è divisa in circa 10 gruppi etnici diversi, tra cui spiccano i "Bataks" ed i "Niassans", e la culto principale è rimasto l’Islam.

Visitare Sumatra significa immergersi in una natura ancora selvaggia, incontaminata, dove tradizioni e culture antiche sopravvivono protette da immense foreste di tek, ebano e bambù abitate da migliaia di specie di animali diversi. Per tutti i 1700 chilometri di lunghezza l’isola è attraversata dai monti "Barisan", che sul lato orientale degradano dolcemente verso il mare dando luogo a coste basse e sabbiose, a differenza del versante occidentale, che scende a precipizio sull’Oceano Indiano. Nell’entroterra, attraversato da molti fiumi navigabili spesso risaliti da grossi battelli, si trovano un centinaio di vulcani, 15 dei quali ancora attivi, che superano anche i 3000 metri di altezza e che rappresentano delle vere e proprie riserve naturali uniche al mondo.

medanLa capitale Medan, fondata dagli olandesi nel XIX secolo a pochi chilometri dalla costa a nord-est, è una città giovane e caotica, cresciuta troppo in fretta e intasata dal traffico. Oltre a qualche moschea di dimensioni rilevanti, la città non offre molto dal punto di vista turistico, ma si trova al centro delle maggiori piantagioni di caucciù e tabacco di Sumatra, e grazie anche al porto, costituisce un centro di primaria importanza per l’economia nazionale.

180 chilometri a sud di Medan si trova Prapat, piccolo centro sulle sponde del Lago Toba, un grande specchio d’acqua di origine vulcanica situato ad un’altezza di 800 metri e profondo 450 metri, oasi di pace e tranquillità. Al centro del lago si innalza l’isola "Samosir", raggiungibile in circa 1 ora di battello da Prapat, disseminata di villaggi in stile "Batak", dove ammirare alcune tradizioni popolari con più di mille anni di storia, come la "sigalegale", un’originale danza delle marionette inscenata durante le celebrazioni matrimoniali, o rilassarsi immergendosi nelle calde acque del lago e dedicandosi all’esplorazione della giungla attraverso i numerosi sentieri battuti. La cultura Batak si incontra anche a "Brastagi", centro a 1300 metri di altezza abitato dai Karo Batak, caratterizzato da un clima più fresco che nel resto dell’isola, dove la vegetazione è un rigoglioso mix di piante tropicali e flora montana, come pini e abeti.

Tra i numerosi atolli disseminati intorno al perimetro di Sumatra, spicca per la bellezza delle spiagge bianche e per le acque cristalline l’isola di "Nias". Su di essa, oltre al relax all’ombra delle palme, si può decidere di intraprendere esplorazioni ai villaggi sorti sulle montagne nell’entroterra, abitati da popolazioni dalle culture ancora decisamente primitive.

A Sumatra vengono organizzate numerose feste e cerimonie, che cadono spesso in date diverse di anno in anno: l’"Horas Festival", di solito all’inizio di maggio nella regione del Lago Toba, è una festa Batak con corse di cavalli e gare in barca; nella stessa zona ma a giugno si tiene il "Festival del Lago Toba", dove parallelamente alle gare si tengono anche mercatini e spettacoli conditi dagli originali balletti del posto; nella regione del "Karo", alla fine di luglio, si svolge il "Mejuah-Juah Festival" con musiche rituali e cerimonie religiose; all’inizio di dicembre a "Pematang Purba" si tiene il "Rondang Bintang Festival", festa dei simalungun con danze di donne e bambini agghindati coi bellissimi costumi locali.

sumatra 2Il clima è equatoriale, caldo, umido, con la fase monsonica che interessa la parte nord e la parte sud in periodi diversi. A nord dell’equatore la stagione delle piogge giunge ad ottobre e si protrae fino ad aprile, mentre l’estate inizia in maggio e termina a settembre; nelle provincie a sud la pioggia cade con maggior intensità nei mesi da dicembre a febbraio, rendendo spesso impossibili gli spostamenti nell’isola. Sconsigliato perciò partire nei mesi invernali, privilegiando il viaggio tra maggio e settembre, quando il rischio di piogge è praticamente nullo.

Per raggiungere l’isola il mezzo più comodo è sicuramente l’aereo, partendo da Penang o Kuala Lumpur alla volta di Medan; più lungo è il viaggio in nave, con partenza da Singapore, Kuala Lumpur o dall’Isola di Giava sempre alla volta della capitale. (info: www.ilturista.info)
Itinerari in Ciociaria

ARPINO

 

Adagiata su di un sistema collinare che si erge improvviso sulla vallata, Arpino offre il suo profilo inconfondibile al visitatore che vi giunge. Man mano che ci si avvicina alla cittadina, circondata da una campagna prospera di uliveti secolari, si fa più netto il contorno imponente del Castello di Ladislao con la chiesetta della Madonna di Loreto, e si distinguono le sagome degli edifici sulle quali svetta il campanile barocco di S. Maria di Civita. Siamo sul versante sinistro della Media Valle del Liri, prossimi alle estreme propaggini dell’Appennino centrale. Situata ad un’altezza media di 450 m s.l.m., Arpino gode di un clima asciutto e gradevole, che la rende una “stazione climatica” ideale per chiunque desideri sfuggire all’atmosfera soffocante ed inquinata delle grandi città.

Arpino conta cira 8000 abitanti, distribuiti tra il centro storico e le numerose frazioni e contrade sparse per la campagna circostante. Il territorio arpinate, in gran parte destinato all’agricoltura ma ancora ricco di boschi e di natura intatta, è molto vasto (circa 55 kmq) e l’altitudine, in località Montecoccioli, supera gli 800 m. Sovrasta il centro storico la splendida Acropoli di Civitavecchia (650 m), il cuore antico di Arpino, chiusa dalle maestose mura megalitiche. Là si erge, a sorvegliare l’intero territorio, la mole severa della Torre di Cicerone. Già, perché la nostra città ha dato i natali al grande oratore, come anche al celebre condottiero Caio Mario.
Da Arpino è possibile raggiungere agevolmente il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise la Riserva Naturale del Lago di Posta Fibreno, l’Abbazia di Casamari, l’Abbazia di Montecassino.

Da visitare anche Fontana Liri, Santopadre, Rocca d’Arce che con il comune di Arpino formano l’unione dei comuni “Civitas Europae”.


Le origini di Arpino si perdono nella notte dei tempi. Narra la leggenda che essa sarebbe stata fondata dal dio Saturno, protettore delle messi, così come altri centri della Ciociaria (Alatri, Ferentino, Atina, Anagni). I suoi primi abitatori furono identificati con i mitici Pelasgi, la popolazione preellenica alla quale la tradizione attribuisce la realizzazione del gigantesco sistema fortificato delle mura ciclopiche, dette per questo pelasgiche, ancora oggi visibile in località Civitavecchia e in numerosi punti dell'abitato cittadino.
In realtà, i primi ad insediarsi nella zona furono i Volsci, la cui presenza è documentata sin dal VII sec. a.C. Conquistata dai Sanniti nel IV sec. a.C., passò dopo breve tempo sotto il dominio di Roma, con il diritto di civitas sine suffragio. La città divenne così il centro di irradiazione della civiltà romana nella Valle del Liri. Nel 188 a.C. ottenne a pieno titolo il diritto alla cittadinanza romana, diventando civitas cum suffragio, grazie anche al contributo in termini di uomini che Arpino dette a Roma nella guerra contro Annibale. Durante il consolato di Caio Mario l'Ager Arpinas (il territorio del municipium arpinate) si estendeva dal villaggio di Cereatae Marianae, l'odierna Casamari, fino ad Arce. Con l'età imperiale la città conobbe un periodo di declino.
Durante l'Alto Medioevo Arpino fu più volte territorio di conquista: nel 702 cadde sotto il dominio del duca longobardo di Benevento, Gisulfo I. Nell'860 fu presa dai Franchi al comando del conte Guido, quindi seguirono l'invasione degli Ungari e le devastanti incursioni dei Saraceni al principio del X secolo. Dopo l'anno Mille Arpino fu dominio normanno con Roberto, duca di Caserta. Nel XIII sec., con l'arrivo nell'italia meridionale degli Svevi, subì drammatiche distruzioni ad opera di Federico II (1229) e di Corrado IV (1252). Quest'ultima incursione, culminata in un rovinoso incendio, cancellò molte delle antiche vestigia romane conservate nella città e costrinse la popolazione superstite a rifugiarsi nella vicina località fortificata di Montenero.
ImageCon la conquista del Regno di Napoli da parte degli Angiò, nel 1265, Arpino conobbe una significativa ripresa. A questo periodo risalgono infatti molte opere di fortificazione, tra le quali i torrioni e i castelli di Civitavecchia e di Civita Falconara.
Nel corso del XIV secolo fu feudo della famiglia degli Etendard e dei Cantelmi. Nel 1409 il re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo le concesse il privilegio di città demaniale, sottraendola così alla giurisdizione feudale. Il sovrano vi stabilì anche una guarnigione militare, che si insediò nel castello ancora oggi denominato Castello di Ladislao, sovrastante la rocca di Civita Falconara. Il re trascorreva lunghi periodi nel castello arpinate, punto strategico per la difesa dei confini settentrionali del Regno.
Durante il conflitto tra Angioini ed Aragonesi (1458-1464), papa Pio II, celebre cultore del mondo classico, ordinò alle sue truppe di risparmiare dal saccheggio Arpino, sostenitrice degli Angiò, in memoria dei suoi due illustri cittadini, Cicerone e Caio Mario.
ImageDalla fine del XV secolo la città appartenne alla famiglia dei Marchesi d'Avalos, e nel corso del Cinquecento vi soggiornò più volte Vittoria Colonna, moglie del marchese Francesco Ferrante d'Avalos, poetessa, intellettuale, amica e confidente di Michelangelo Buonarroti.
Acquistata dai duchi Boncompagni nel 1583, entrò a far parte del territorio del ducato di Sora e vi rimase fino al 1796. I secoli XVII e XVIII videro la sua massima espansione economica e demografica, sostenuta dallo sviluppo delle sue manifatture laniere, grazie alle quali il nome di Arpino divenne celebre in tutta l'Europa del tempo come sinonimo di fervida città industriale. Sorsero e prosperarono lanifici all'avanguardia per le tecniche di lavorazione, e pressoché tutta la popolazione fu impegnata nell'attività produttiva. Divenne inoltre un rinomato centro di cultura e di istruzione, dove fiorì un eccellente collegio gestito dai padri Barnabiti.Nel 1796 tornò a far parte a pieno titolo del Regno di Napoli, del quale condivise le sorti. Nel 1799 subì le drammatiche conseguenze della guerra tra i francesi sostenitori della Repubblica Partenopea ed i filoborbonici. Nel 1814 Gioacchino Murat, allora Re di Napoli, vi istituì il Convitto Tulliano, sul modello dei licei francesi.
Con l'Unità d'Italia Arpino si trovò a condividere con il resto dell'ex Regno borbonico i problemi e le contraddizioni dell'unificazione. La decadenza dell'industria laniera e la contrazione dello sviluppo economico provocarono un forte flusso migratorio dei suoi abitanti verso il Nord Europa e l'America.
ImageNel 1927 la città entrò a far parte della neo-costituita provincia di Frosinone.
I tristi eventi della Seconda Guerra Mondiale segnarono tragicamente Arpino, che nel maggio 1944, in località Collecarino, fu teatro di un eccidio di cittadini inermi per mano delle truppe tedesche. Oggi la conformazione della città, risultato della sovrapposizione di tanti insediamenti successivi, ricorda la forma di una ics: sulle quattro propaggini si trovano i quartieri Colle, Civita Falconara, Arco e Ponte, che si congiungono al centro nella Piazza Municipio, cuore della città. La struttura attuale è fortemente condizionata dall'impianto sette-ottocentesco, che coincise con il momento di massima fioritura di Arpino nell'economia, nelle lettere e nelle arti. Tracce di caratteri medievali si possono individuare ancora oggi negli edifici sacri e nelle abitazioni signorili, oltre che nei resti delle fortificazioni.


Arco a Sesto Acuto Storia e leggenda s'intrecciano nelle vicende di Arpinum, ma ancor più in quelle della Civitas Vetus, l'Acropoli. Piccolo centro di umanità secolare, raccolta entro una barriera di mura megalitiche essa irradia ancora, per il turista che la raggiunge, suggestioni e testimonianze di una vita arcaica. Civitavecchia fu, probabilmente, il nucleo originario del primitivo insediamento volsco (popolo del VII-VI sec. a.C.), fondato per necessità di difesa su un luogo alto e dirupato e poi circondato da possenti mura. Infatti altri popoli italici, quali i Marsi e i Sanniti ne premevano e minacciavano la sicurezza e i beni.
La grandiosità di queste mura, che si trovano pure in altri paesi dei Volsci (Atina, Aquinum, Sora, Signia, Arcis) e degli Ernici (Aletrium), ha suggerito alla fantasia popolare il nome di mura pelasgiche (in ricordo dei preellenici, mitici Pelasgi) o ciclopiche (i giganti omerici). E', però, più giusto chiamare questo tipo di mura poligonali proprio per la forma che presentano gli enormi massi, sovrapposti l'uno sull'altro senza alcun legame di malta.
Le mura poligonali di Arpino si dipartono da Civitavecchia all'altezza di 627 metri e scendono giù per il declivio fino ad abbracciare e chiudere la città nell'altra minore altura (Civita Falconara). Esse non hanno fondazioni e sono costituite da enormi monoliti di puddinga del pleistocenico, materiale i cui banchi disseminati nell'intero versante nord della propaggine montana e quindi anche in vicinanza del sito arcaico. La muraglia,  in origine, si estendeva per 3 km, ma oggi ne rimangono circa 1,5 km ed in alcuni punti si presenta inglobata nelle case. Restaurata nell'età sannitica, poi romana e medioevale con l'aggiunta di torri e di porte, dimostra una serie ininterrotta di vicende storiche.


La datazione delle mura di Civitavecchia trova discordi gli studiosi: lo Schmidt le fa risalire al VII-VI sec. a.C., il Sommella le dice di epoca romana. Tito Livio (IV, 57,7) ci dà notizie di rocche ciclopiche volsche esistenti già nel 408 a.C.. Della tesi dello Schmidt si fa assertore anche il Morricone (Arpino Arcaica) rilevando la possibilità delle influenze greche sui nostri antichi territori, dovute agli scambi commerciali e culturali attraverso le valli fluviali del Volturno e del Liri (corsi d'acqua questi, in antico, quasi certamente in parte navigabili) che dalla Campania portavano al massiccio della Meta, ricco di minerali.
La Torre detta di Cicerone Certamente l'arco a sesto acuto, porta arcaica d'ingresso all'Acropoli, rievoca in maniera determinante il sistema costruttivo delle gallerie di Tirinto e Micene. Questo prodigioso monumento è alto 4,20 metri ed è formato da blocchi sovrapposti che si restringono verso la cima, tagliati obliquamente sul lato interno. In epoca medievale fu chiuso in un bastione semicircolare, ora per metà demolito. In alcune fotografie, precedenti al restauro del 1960, si presenta con un pilastro centrale che serviva da sostegno. Un'altra porta d'accesso al complesso fortificato è situata alle pendici del colle, a ridosso del quartiere Arco. Si ipotizza fosse usata come accesso inferiore all'acropoli. A differenza dell'arco a sesto acuto questa porta, battezzata come Porta Tana del Lupo, ha forma architravata e massi poligonali ben definiti con facciavista regolare. Interessante è la cava situata accanto al muro perimetrale utilizzata per l'estrazione del materiale per realizzare i ciclopici massi.

Non abbiamo testimonianze architettoniche o storiche del periodo romano in Civita Vecchia, ma un'antica credenza vuole collegarla al grande Arpinate. Forse la tradizione tramandataci da Plutarco e Silio Italico che Cicerone discendesse dal re volsco Tullio Attio, fece ritenere che proprio lì, nel primitivo insediamento, fosse l'origine dei Tulli. Civitas Ciceroniana venne indicata, infatti, nel catasto di Arpino del 1581; Torre di Cicerone viene chiamata la torre medioevale del luogo; ma soprattutto si volle credere che in Civita Vecchia fosse la casa degli avi di Cicerone, ereditata poi dal fratello Quinto. Credenza che portò la studiosa Marianna Dionigi all'inizio del 1800 fin sull'antica rocca. Il suo sogno romantico, però, rimase deluso perché non trovò traccia della casa di Cicerone, se non costruzioni recenti, un muro che la tradizione orale chiamava Cicero e un sentiero lastricato detto Via Cicera.
Reali sono invece le testimonianze del Medioevo. Entrando dalla Porta, costruita dopo l'inglobamento di quella arcaica in un torrione circolare che ne aveva impedito l'accesso al borgo, troviamo, a sinistra, un'alta torre quadrangolare eretta a difesa di un recinto che costituiva il castrum, racchiuso da mura medioevali, oggi ruderi. In esso una cisterna assicurava il rifornimento idrico. Divenuta Arpino baluardo della Chiesa verso il Sud dell'Italia, dopo il 1215, le mura che scendevano da Civita Vecchia verso Arpino vennero rafforzate e completate con torri quadrate e rotonde, con bastioni forniti di casematte collegati da cammini di ronda. Una comoda passeggiata panoramica, che si diparte dal centro del borgo, ci fa ammirare da vicino queste storiche costruzioni.

fonte ed altre notizie su: www.arpinoturismo.it
ARRIVA LA NINA

 

Siamo dunque ormai al termine di uno degli episodi di El Nino più pesanti in termini di conseguenze a livello climatico dal 1998, come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte, questo episodio ha saputo in pochi mesi cambiare radicalmente una tendenza delle temperature globali che nell’ultima parte del 2008 e inizi del 2009 aveva dato più di un segno volto al contenimento del GW. Ora aspettiamo di capire le conseguenze climatiche che il declino di questo evento avrà in troposfera nei prossimi mesi.Tutti gli indicatori nell’ Oceano Pacifico mostrano che siamo attualmente nelle fasi iniziali di un evento di La Nina. I modelli matematici prevedono che il Pacifico centrale continuerà a raffreddarsi nei mesi a venire, indicando come un rafforzamento del fenomeno sia probabile. I segni dell’emergente evento di La Nina sono stati evidenti nel Pacifico equatoriale da molti mesi. Le temperature dell’ Oceano Pacifico si sono raffreddate costantemente nel corso dell’intero anno. Il SOI ha accresciuto il suo valore ed è attualmente intorno a + 21, gli Alisei continuano ad essere più forti della media e la nuvolosità è rimasta scarsa sul Pacifico centrale. Tutti questi indicatori hanno raggiunto o superato i livelli di La Nina. I periodi contraddistinti da Nina sono di solito, ma non sempre, associati con piovosità al di sopra del normale durante la seconda metà dell’ anno su vaste zone dell’ Australia, con particolare riferimento alle regioni orientali e settentrionali. Le temperature notturne sono tipicamente più calde della media e il rischio di Cicloni tropicali per il nord dell’ Australia aumenta durante la stagione dei cicloni (novembre-Aprile).  (fonte Meteoscienze)

nino
Nelle ultime due settimane in tutte e tre le zone Nino, l' Oceano pacifico si è raffreddato di 0,4°C, nella parte centrale dell' Oceano Pacifico si toccano punte di -4°C, continua ancora una relativa zona calda nel comparto australiano. Fonte Agenzia Meteorologica Australiana.

Siamo ormai entrati nella Nina 2010, e tutte le attenzioni sono ormai incentrate su quanto durerà il prossimo evento e quale sarà la sua intensità, se ci affidiamo ai modelli matematici possiamo dire che al momento pare che l’attuale fenomeno possa durare almeno fino alla fine dell’inverno boreale su intensità al momento valutabile come strong. Certamente da tenere d’occhio per il futuro comportamento della Nina 2010 saranno le acque sottosuperficiali che nelle ultime due settimane per la prima volta dopo molti mesi fanno segnare un lievissimo riscaldamento. Vedremo se questo riscaldamento si confermerà, sarà infatti determinante per capire il comportamento futuro della bambinella.

IL NINO E LA NINA
El Niño e La Niña rappresentano le maggiori variazioni periodiche della temperatura nell'Oceano Pacifico tropicale. Le oscillazioni delle temperature medie delle correnti comportano pesanti conseguenze sul clima di tutto il pianeta e in particolare su quelli della zona centro-occidentale dell'America, e delle zone più orientali del continente asiatico e dell'Australia. Il nome del fenomeno deriva dal fatto che i pescatori peruviani notavano che lo stesso s'intensificava nel periodo invernale; da qui il nome de "El Niño" (cioè "il bimbo"), che ricorda la nascita di Gesù bambino. Nonostante si ritenga generalmente che questo fenomeno esista da sempre (o perlomeno da epoche remotissime), gli effetti sono stati descritti per la prima volta solo nel 1923 da Sir Gilbert Thomas Walker.Fra i mutamenti del clima che questo fenomeno induce, sono particolarmente rilevanti quelli che causano l'aumento della piovosità sull'America Centrale e sul Perù, in cui possono verificarsi alluvioni anche distruttive, e i conseguenti periodi di forte nelle regioni del Pacifico orientale, talvolta associati a devastanti incendi in Australia.L'osservazione delle condizioni meteorologiche nel Pacifico tropicale e la presenza o l'assenza del Niño vengono ritenute essenziali per poter effettuare previsioni a breve termine (da pochi mesi a un anno) delle in quelle zone ma anche nell'intero pianeta. Il Niño e la Niña sono la conseguenza nell'Oceano Pacifico dell' ENSO (El Niño Southern Oscillation), che rappresenta una fluttuazione globale della temperatura e della pressione del sistema oceano-atmosfera.

LA NINA E I SUOI EFFETTI
Cerchiamo di comprendere quali possono essere i meccanismi che permettono alla macchina del tempo, dal lontanissimo Oceano Pacifico, di interferire col nostro clima.
Il clima e il tempo del Mediterraneo, in tempi normali, era (purtroppo devo usare l'imperfetto, ma non ancora il passato remoto per fortuna) determinato in positivo o in negativo dall'anticiclone delle Azzorre. Più si ritirava in Atlantico e più il tempo era normalmente piovoso sulle nostre zone. Quando si espandeva verso il Mediterraneo, al contrario, ci assicurava tempo bello stabile e assenza di precipitazioni.
Di norma in inverno questo gran centro d'azione, si disponeva nella sua sede oceanica da cui prende il nome e si manteneva a latitudini abbastanza basse, permettendo alle perturbazioni piovose atlantiche di penetrare direttamente nel Mediterraneo oppure inviare masse d'aria fredda capaci di costruirne in loco.
In estate invece quest’anticiclone saliva di latitudine e soprattutto si espandeva verso est proteggendo col suo mantello tutto il Mediterraneo centro-occidentale, apportando la vera estate.
Il meccanismo è questo: l'espansione estiva verso Nord-Est dell'anticiclone delle Azzorre, è una conseguenza della diminuzione della differenza di temperatura (gradiente termico) fra le più calde zone tropicali a Sud delle Azzorre e a Nord, quelle più fredde delle latitudini alte. Avrà molta importanza in questa sede tale suddivisione geografica immaginaria, che da adesso in poi, per comodità di chi scrive e di chi legge, chiameremo Sud/Nord Azzorre».
Invece in inverno questa differenza di temperatura Sud/Nord Azzorre» è più accentuata, ovvero sì dice che maggiore è il gradiente termico e così l'anticiclone si ritira verso Sud-Ovest.
In poche parole si ha l'anticiclone delle Azzorre lontano dalle nostre zone se le differenze di temperatura Sud/Nord Azzorre» sono notevoli, mentre sarà più vicino o meglio, sulle nostre zone se queste differenze sono minori.
Appurato questo, facciamo una considerazione: nei terribili inverni secchi fra il 1988 e il 1990, è stato constatato dagli scienziati che La Niña ha causato, oltre a un forte raffreddamento della superficie oceanica, anche ovviamente un marcato raffreddamento dell'aria a contatto con la suddetta superficie. I movimenti naturali dell'atmosfera hanno poi trasportato (sarebbe più appropriato dire propagato) questo raffreddamento a tutte le basse latitudini. È evidente che questa diminuzione di temperatura alle basse latitudini, valori notevolmente sotto di quelli normali, ha determinato una diminuzione del gradiente termico «Sud/Nord Azzorre».
Non bastasse, è stato osservato che tale massa d'aria raffreddata si è curiosamente e capricciosamente disposta un po' inclinata da Sud-Ovest verso Nord-Est, favorendo l'avvezione (trasporto) dinamica d’aria mite oceanica verso latitudini alte. Si è venuto così a creare un duplice indebolimento del gradiente termico Sud/Nord Azzorre, con ulteriore raffreddamento a Sud e ulteriore riscaldamento a Nord.
Marchio di fabbrica di questi anomali spostamenti invernali verso il Mediterraneo dell'anticiclone delle Azzorre, è innanzitutto la posizione allungata, quasi a pesce, con l'asse principale sui paralleli, tipica dell'estate quasi a scoraggiare qualsiasi tentativo delle perturbazioni di penetrarvi.
eventi
ICEBERG

Washington (USA) 07/08/2010 - Una enorme isola di ghiaccio (iceberg) quattro volte più grande di Manhattan si è staccata da uno dei due principali ghiacciai della Groenlandia.
Il fatto è stato scoperto da Trudy Wohlleben, del servizio canadese di monitoraggio dei ghiacciai sul mare, e si tratta del più grande “iceberg” degli ultimi 50 anni.

L’isola di ghiaccio si è staccata giovedì e si dirige verso lo stretto di Nares a circa 1.000 chilometri a sud del Polo Nord tra la Groenlandia e il Canada. Secondo il prof. di scienze marine presso l’Università di Delaware, Andreas Muenchow, l’iceberg misura 260 km quadrati e una larghezza di quasi la metà del grattacielo Empire State Building di New York, da 102 piani.

L’atteso e previsto distacco dell’iceberg si è originato nel ghiacciaio di Petermann, uno dei più grandi in Groenlandia, ed è stato un evento atteso in quanto il ghiacciaio era cresciuto in modo significativo negli ultimi sette o otto anni, anche se non ci si aspettava che potesse generare un iceberg di queste dimensioni.

L’acqua dolce che contiene questa isola di ghiaccio potrebbe mantenere il fiume Delaware o quello di Hudson per più di due anni”, ha detto l’esperto, la cui ricerca nel settore ha il sostegno della National Science Foundation, il quale ha aggiunto che “si potrebbe rifornire inoltre tutti i rubinetti dell’acqua pubblica degli Stati Uniti per 4 mesi”. L’isola di ghiaccio potrebbe raggiungere terra, rompersi in più pezzi o muoversi lentamente verso sud, dove potrebbe causare problemi con le rotte marittime, ha detto Muenchow.

Muenchow ha detto che è difficile sapere se l’evento si è verificato a causa del riscaldamento globale in quanto è dal 2003 che si registrano valori record nell’acqua salata, il quale flusso sotto i ghiacciai è una delle principali cause di banchi di ghiaccio in Groenlandia.

I dati scientifici rivelano che i primi sei mesi del 2010 sono stati i più caldi nella storia da quando è iniziato il rilevamento dei dati. Il fenomeno climatico “El Niño” ha contribuito all’aumento delle temperature, ma molti esperti credono che siano gli alti livelli di gas dell’effetto serra generati dall’uomo la causa.

Fonte: Reuters / EP

didattica

Poiché la densità del ghiaccio puro è di circa 920 kg/m3 e l'acqua di mare ha densità di circa 1025 kg/m3, il primo galleggia e circa il 90% del volume di un iceberg rimane sotto la superficie marina.

È difficile immaginare le dimensioni della parte subacquea dalla sola osservazione della parte emersa: questo ha dato origine alla dizione punta dell'iceberg per indicare un problema di grande rilievo di cui però è visibile solo una piccola parte. Gli iceberg hanno dimensioni che vanno normalmente da 1 a 75 m sopra il livello del mare e pesano da 100.000 a 200.000 tonnellate.

Il più grande iceberg mai registrato nell’Atlantico settentrionale sporgeva di 168 m sopra il livello del mare, quanto un edificio di 55 piani. Nonostante le loro dimensioni, gli iceberg dell’isola di Terranova si muovono in media di 17 km al giorno.[3]. Essi hanno origine dai ghiacciai occidentali della Groenlandia e possono raggiungere temperature interne dai -15 ai -20 °C.[4].

Nell’Antartico, il più grande iceberg mai registrato è stato il B-15, staccatosi dalla Barriera di Ross: fotografato dal satellite nel 2000, era lungo 295 km e largo 37 km, con una superficie di 11.000 km² e con una massa stimata di circa 3 miliardi di tonnellate.

Quando un iceberg si scioglie, produce un suono spumeggiante denominato Bergie Seltzer: esso è dovuto alla liberazione delle bolle di aria compressa rimaste intrappolate negli strati di ghiaccio dell'iceberg.

Manipolazione del Clima
HAARP

HAARP è l'abbreviazione di High Frequency Active Auroral Research Program, un'installazione civile e militare in Alaska (Stati Uniti) per la ricerca scientifica sugli strati alti dell'atmosfera e dellaionosfera. Un altro scopo è la ricerca sulle comunicazioni radio per uso militare.

Si trova vicino a Gakona, in Alaska (lat. 62.39° N, long. 145.15° W), a ovest del Parco Nazionale Wrangell-Santo Elias.

Impianti simili esistono in:

  • Norvegia: progetto europeo EISCAT (potenza 1000 MW ERP)
  • Stati Uniti: HIPAS, vicino a Fairbanks (Alaska)
  • Porto RicoArecibo
  • Russia: progetto SURA, vicino a Nižni Novgorod (potenza 190 MW ERP)

L'impianto HAARP è costituito da un trasmettitore capace di trasmettere onde elettromagnetiche sulle onde corte da 2,8 a 10 MHzcon una potenza di 960 KW. La potenza irradiata (ERP) è di 84 dBW (corrispondendo a 500 MW), questo vale però solo per la frequenza di 10 MHz. Due frequenze spesso usate sono 3,39 e 6,99 MHz.

L'impianto HAARP è stato costruito in tre fasi distinte:

  • Il prototipo DP aveva 18 antenne, organizzate in tre colonne da sei file, con una potenza trasmittente di 360 kw.
  • L'impianto FDP successivo ha attualmente 48 antenne, ordinate in sei colonne da otto file.
  • L'impianto finale sarà il FIRI che nel 2007 sarà composto da 180 antenne, disposte in 15 colonne da 12 file, con una potenza trasmittente di 3.600 kw.

  • haarp

Ciascuna antenna corrisponde a un dipolo a croce che può essere polarizzato in modo lineare o circolare per la trasmissione e la ricezione.

La struttura è stata costruita modificando una precedente installazione radar esistente in zona.

Alcune teorie del complotto, prive di riscontri oggettivi, vedono in HAARP un progetto volto a perseguire scopi occulti, che vanno dalla realizzazione di un'arma elettromagnetica al controllo climatico. Tali speculazioni sono per lo più legate alla teoria del complotto sulle scie chimiche.

È comunque da rilevare che il 5 febbraio 1998 la sottocommissione "Sicurezza e disarmo" del Parlamento europeo tenne un'audizione in cui si parlò anche di HAARP. Benché invitati, i rappresentanti della NATO e degli USA preferirono non partecipare"

In una successiva risoluzione del 28 Gennaio 1999 sull'ambiente, sulla sicurezza e la politica estera (A4-0005/1999), il Parlamento Europeo segnalava che "malgrado le convenzioni esistenti, la ricerca militare si applica attualmente alla manipolazione dell'ambiente come arma, come è il caso ad esempio del sistema HAARP con base in Alaska".

Nella stessa risoluzione tra i possibili danni ipotizzati del sistema HAARP il Parlamento Europeo sottolinea che “può provocare mutamenti delle costanti meteorologiche. Esso può anche influenzare tutto l'ecosistema, soprattutto nella sensibile area antartica.” “Un' ulteriore seria conseguenza del sistema HAARP sono i buchi ionosferici causati dalle potenti onde radio inviate. La ionosfera ci protegge dalle radiazioni provenienti dal cosmo. Si spera che i buchi giungano a riempirsi nuovamente, ma le esperienze compiute con i mutamenti dello strato di ozono puntano in direzione contraria. Ciò significa che esistono buchi non indifferenti nella fascia protettiva della ionosfera.”

Il Parlamento Europeo quindi "reputa che il sistema HAARP sia da considerarsi, a causa del notevole impatto sull'ambiente, una questione mondiale ed esige che le sue conseguenze giuridiche, ecologiche ed etiche vengano analizzate da un organismo internazionale indipendente prima di ogni nuova ricerca e di qualsiasi esperimento; lamenta il fatto che l'Amministrazione degli Stati Uniti abbia ripetutamente rifiutato di inviare un rappresentante per offrire prove nel corso dell'audizioni pubblica o in occasione di una riunione successiva della sua commissione competente in merito ai rischi per l'ambiente e per la salute collegati al programma di ricerca sulle radiazioni ad alta frequenza (HAARP) attualmente finanziato in Alaska."
grandine evoluzioneFenomeni della natura
La Grandine


La grandine è un fenomeno tipico dei temporali estivi e si preannuncia con sfumature verdi/giallastre del cielo, proprio a causa della particolare rifrazione della luce all'interno del cumulonembo grandigeno.

Un chicco di grandine è sinteticamente un prodotto dell'updraft e del downdraft del temporale all'interno del quale ci sono gocce d'acqua sopraffuse (ovvero sono liquide pur in ambiente sottozero) che seguono un ciclo fatto di moti ascendenti e discendenti.

All'interno del cumulonembo, infatti, possiamo immaginare i nostri embrioni di grandine compiere numerosi cicli "sali e scendi", in seno ai moti ascendenti e discendenti causati rispettivamente dall'updraft e dal downdraft del sistema.

La traformazione in ghiaccio delle goccioline sopraffuse richiede temperature inferiori ai -40 gradi (temperatura corrispondente ad una quota compresa tra gli 8Km e i 10Km) e dei nuclei di condensazione che costituiscano un punto di partenza sopra il quale avvengano i vari depositi del ghiaccio per ogni ciclo: queste particelle solide sono all'origine della formazione della grandine.

Una continua deposizione di gocce soprafuse su i cristalli di ghiaccio neo formati permettono agli stessi di accrescere le loro dimensioni per ogni ciclo updraft/downdraft.

Infatti ciò che noi generalmente chiamiamo grandine è il risultato di innumerevole fasi di accrescimento, dalla più precoce (denominata fase del graupel), alla più tardiva dove si ha la grandine vera e propria.

Secondo una definizione scientifica, il nostro conglomerato di ghiaccio può essere definito grandine quando raggiunge un diametro di almeno 5 mm.

La forma della grandine è più o meno sferica con una struttura interna stratificata che assomiglia vagamente alla conformazione della cipolla. Ogni strato si scioglie un poco durante ogni discesa ed acquista una nuova patina di ghiaccio durante la salita quando incontra temprature inferiori allo zero.

Quando i chicchi di grandine hanno raggiunto dimensioni tali per cui l'updraft del sistema temporalesco non riesce più a sostenerli, precipitano a terra.

E' intuitivo, dunque, come la dimensione di un chicco di grandine sia direttamente proporzionale alla potenza dell'updraft: più un updraft è forte più sarà in grado di mantenere in aria per più tempo i chicchi di grandine, facendo in modo che essi subiscano un maggior numero di cicli "sali scendi", permettendo ai chicchi stessi di accrescere il loro diametro e raggiungere dimensioni molto grandi.

Un updraft così forte è tipico di poche tipologie temporalesche tra cui è giusto menzionare in prima fila le supercelle, ma anche le squall line e alcuni tipi di multicelle. In genere per avere grossi chicchi è necessario un updraft di almeno 100Km/h.

Nel corso della storia si sono verificate innumerevoli tempeste di grandine, soprattutto negli Stati Uniti. Il 3 giugno 1959 a Selden, nel Nord Est del Kansas si abbattè una tempesta di grandine che durò per circa 85 minuti lasciando un'accumulo di 50 cm e producendo un danno di 500000 dollari!

grandine
Per prevedere la grandine possiamo utilizzare diversi parametri:
 -Innanzitutto è importante considerare la distanza tra il livello di ghiacciamento (freezing level) e il suolo.
-Il cape deve essere elevato.
-Un elevato lapse rate di medio livello.
-Un elevato 0-6Km shear che è un indice della persistenza e forza dell'updraft ( si calcole facendo la differenza vettoriale tra i venti di 500mb e i venti di 500 metri).
-Per vedere se la grandine sarà di grossa taglia è importante vedere se è presente un mesociclone, e in tal caso più la regione dell'inflow notch sarà grande più ci saranno chance.
Nei sistemi multicellulari la presenza della grandine è spesso documentata nello stadio iniziale della multicella, e in particolare nelle squall line è facile reperirla nella parte meridionale o in isolate celle davanti alla stessa squall.

(tratto da: www.thunderstormteam.it)

caldoAnticiclone subtropicale

africano

L'Anticiclone subtropicale africano è un'area di alta pressione di natura subtropicale continentale, che interessa in modo pressoché permanente tutta l'area dell'Africa settentrionale occupata dal deserto del Sahara, dove garantisce una continua e persistente stabilità atmosferica.

Come ogni area di alta pressione, anche l'Anticiclone subtropicale africano possiede i suoi meccanismi dinamici che possono portarlo ad espandersi verso nord, cammello raggiungendo le coste maghrebine. Quando si forma una lacuna barica iberico-marocchina tra le isole Canarie, il Marocco e la Penisola iberica, si innesca un'ulteriore espansione di questa area di alta pressione verso nord che raggiunge così il bacino del Mediterraneo e l'Europa meridionale, dove spesso può fondersi con l'Anticiclone delle Azzorre.

La risalita verso nord dell'anticiclone subtropicale africano fino al Mediterraneo, determina la formazione di un promontorio di alta pressione, comunemente chiamato anche gobba di cammello.

In Italia, questo scenario determina stabilità atmosferica con valori di temperatura molto gradevoli nella stagione invernale, un po' di caldo nelle ore centrali della giornata se questa situazione si verifica nelle mezze stagioni.

subtropicalMolto più complesse sono le conseguenze quando questa configurazione si presenta nella stagione estiva. Le correnti calde provenienti dal Sahara, oltre a portare un sensibile aumento delle temperature oltre la media con valori elevatissimi nelle pianure e nelle valli interne, attraversando il Mediterraneo si caricano di umidità, determinando condizioni di caldo afoso e grosso disagio per tutti i soggetti, con livello di rischio molto elevato soprattutto per gli anziani.

Durante la stagione estiva, la presenza stabilizzante dell'anticiclone subtropicale africano, che è sempre accompagnata da elevatissimi valori di altezza geopotenziale, è riconoscibile dalla pressoché totale assenza di attività cumuliforme nelle zone interne, per l'elevata stabilizzazione atmosferica che si verifica a tutte le quote, impedendo di fatto infiltrazioni di aria fredda che possano contrastare con il sollevamento dell'aria calda susseguente all'intenso riscaldamento del suolo.

Questa area di alta pressione ha da sempre accompagnato le ondate di calore che hanno interessato l'Italia, come quelle dell'agosto 1958 (Grosseto +40,2 °C), luglio 1983 (Firenze +43,6 °C), giugno 1990 (Firenze +40,4 °C), luglio 1998 (Siracusa +44,1 °C), 5 agosto 2003 Prato +40,5 °C e giugno-luglio 2007 (Bari +45,6 °C, Foggia +47 °C, Pescara +45 °C).

 

da wikipedia

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