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Ciociare

La Ciociaria da scoprire tra storia, arte, cultura e natura

Il fascino dei borghi medioevali che si ergono sui colli immersi nel verde della natura, lo spettacolo delle cascate e dei laghi in un mix di colori ed emozioni, l'arte e la cultura che hanno fatto la storia in Italia e nel Mondo

Arpino

Patria di Cicerone


Adagiata su di un sistema collinare che si erge improvviso sulla vallata, Arpino offre il suo profilo inconfondibile al visitatore che vi giunge. Man mano che ci si avvicina alla cittadina, circondata da una campagna prospera di uliveti secolari, si fa più netto il contorno imponente del Castello di Ladislao con la chiesetta della Madonna di Loreto, e si distinguono le sagome degli edifici sulle quali svetta il campanile barocco di S. Maria di Civita. Siamo sul versante sinistro della Media Valle del Liri, prossimi alle estreme propaggini dell’Appennino centrale. Situata ad un’altezza media di 450 m s.l.m., Arpino gode di un clima asciutto e gradevole, che la rende una “stazione climatica” ideale per chiunque desideri sfuggire all’atmosfera soffocante ed inquinata delle grandi città. Arpino conta cira 8000 abitanti, distribuiti tra il centro storico e le numerose frazioni e contrade sparse per la campagna circostante. Il territorio arpinate, in gran parte destinato all’agricoltura ma ancora ricco di boschi e di natura intatta, è molto vasto (circa 55 kmq) e l’altitudine, in località Montecoccioli, supera gli 800 m. Sovrasta il centro storico la splendida Acropoli di Civitavecchia (650 m), il cuore antico di Arpino, chiusa dalle maestose mura megalitiche. Là si erge, a sorvegliare l’intero territorio, la mole severa della Torre di Cicerone. Già, perché la nostra città ha dato i natali al grande oratore, come anche al celebre condottiero Caio Mario. Da Arpino è possibile raggiungere agevolmente il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise la Riserva Naturale del Lago di Posta Fibreno, l’Abbazia di Casamari, l’Abbazia di Montecassino. Da visitare anche Fontana Liri, Santopadre, Rocca d’Arce che con il comune di Arpino formano l’unione dei comuni “Civitas Europae”. Le origini di Arpino si perdono nella notte dei tempi. Narra la leggenda che essa sarebbe stata fondata dal dio Saturno, protettore delle messi, così come altri centri della Ciociaria (Alatri, Ferentino, Atina, Anagni). I suoi primi abitatori furono identificati con i mitici Pelasgi, la popolazione preellenica alla quale la tradizione attribuisce la realizzazione del gigantesco sistema fortificato delle mura ciclopiche, dette per questo pelasgiche, ancora oggi visibile in località Civitavecchia e in numerosi punti dell'abitato cittadino. In realtà, i primi ad insediarsi nella zona furono i Volsci, la cui presenza è documentata sin dal VII sec. a.C. Conquistata dai Sanniti nel IV sec. a.C., passò dopo breve tempo sotto il dominio di Roma, con il diritto di civitas sine suffragio. La città divenne così il centro di irradiazione della civiltà romana nella Valle del Liri. Nel 188 a.C. ottenne a pieno titolo il diritto alla cittadinanza romana, diventando civitas cum suffragio, grazie anche al contributo in termini di uomini che Arpino dette a Roma nella guerra contro Annibale. Durante il consolato di Caio Mario l'Ager Arpinas (il territorio del municipium arpinate) si estendeva dal villaggio di Cereatae Marianae, l'odierna Casamari, fino ad Arce. Con l'età imperiale la città conobbe un periodo di declino.

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Fotoreportage

Ammirate le bellezze della città

Durante l'Alto Medioevo Arpino fu più volte territorio di conquista: nel 702 cadde sotto il dominio del duca longobardo di Benevento, Gisulfo I. Nell'860 fu presa dai Franchi al comando del conte Guido, quindi seguirono l'invasione degli Ungari e le devastanti incursioni dei Saraceni al principio del X secolo. Dopo l'anno Mille Arpino fu dominio normanno con Roberto, duca di Caserta. Nel XIII sec., con l'arrivo nell'italia meridionale degli Svevi, subì drammatiche distruzioni ad opera di Federico II (1229) e di Corrado IV (1252). Quest'ultima incursione, culminata in un rovinoso incendio, cancellò molte delle antiche vestigia romane conservate nella città e costrinse la popolazione superstite a rifugiarsi nella vicina località fortificata di Montenero. Con la conquista del Regno di Napoli da parte degli Angiò, nel 1265, Arpino conobbe una significativa ripresa. A questo periodo risalgono infatti molte opere di fortificazione, tra le quali i torrioni e i castelli di Civitavecchia e di Civita Falconara. Nel corso del XIV secolo fu feudo della famiglia degli Etendard e dei Cantelmi. Nel 1409 il re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo le concesse il privilegio di città demaniale, sottraendola così alla giurisdizione feudale. Il sovrano vi stabilì anche una guarnigione militare, che si insediò nel castello ancora oggi denominato Castello di Ladislao, sovrastante la rocca di Civita Falconara. Il re trascorreva lunghi periodi nel castello arpinate, punto strategico per la difesa dei confini settentrionali del Regno. Durante il conflitto tra Angioini ed Aragonesi (1458-1464), papa Pio II, celebre cultore del mondo classico, ordinò alle sue truppe di risparmiare dal saccheggio Arpino, sostenitrice degli Angiò, in memoria dei suoi due illustri cittadini, Cicerone e Caio Mario. Dalla fine del XV secolo la città appartenne alla famiglia dei Marchesi d'Avalos, e nel corso del Cinquecento vi soggiornò più volte Vittoria Colonna, moglie del marchese Francesco Ferrante d'Avalos, poetessa, intellettuale, amica e confidente di Michelangelo Buonarroti. Acquistata dai duchi Boncompagni nel 1583, entrò a far parte del territorio del ducato di Sora e vi rimase fino al 1796. I secoli XVII e XVIII videro la sua massima espansione economica e demografica, sostenuta dallo sviluppo delle sue manifatture laniere, grazie alle quali il nome di Arpino divenne celebre in tutta l'Europa del tempo come sinonimo di fervida città industriale. Sorsero e prosperarono lanifici all'avanguardia per le tecniche di lavorazione, e pressoché tutta la popolazione fu impegnata nell'attività produttiva. Divenne inoltre un rinomato centro di cultura e di istruzione, dove fiorì un eccellente collegio gestito dai padri Barnabiti.Nel 1796 tornò a far parte a pieno titolo del Regno di Napoli, del quale condivise le sorti. Nel 1799 subì le drammatiche conseguenze della guerra tra i francesi sostenitori della Repubblica Partenopea ed i filoborbonici. Nel 1814 Gioacchino Murat, allora Re di Napoli, vi istituì il Convitto Tulliano, sul modello dei licei francesi. Con l'Unità d'Italia Arpino si trovò a condividere con il resto dell'ex Regno borbonico i problemi e le contraddizioni dell'unificazione. La decadenza dell'industria laniera e la contrazione dello sviluppo economico provocarono un forte flusso migratorio dei suoi abitanti verso il Nord Europa e l'America.
Nel 1927 la città entrò a far parte della neo-costituita provincia di Frosinone. I tristi eventi della Seconda Guerra Mondiale segnarono tragicamente Arpino, che nel maggio 1944, in località Collecarino, fu teatro di un eccidio di cittadini inermi per mano delle truppe tedesche. Oggi la conformazione della città, risultato della sovrapposizione di tanti insediamenti successivi, ricorda la forma di una ics: sulle quattro propaggini si trovano i quartieri Colle, Civita Falconara, Arco e Ponte, che si congiungono al centro nella Piazza Municipio, cuore della città. La struttura attuale è fortemente condizionata dall'impianto sette-ottocentesco, che coincise con il momento di massima fioritura di Arpino nell'economia, nelle lettere e nelle arti. Tracce di caratteri medievali si possono individuare ancora oggi negli edifici sacri e nelle abitazioni signorili, oltre che nei resti delle fortificazioni.

fonte: www.arpinoturismo.it

civitavecchia d'Arpino

CIVITA VECCHIA

L'Acropoli e mura megalitiche

Storia e leggenda s'intrecciano nelle vicende di Arpinum, ma ancor più in quelle della Civitas Vetus, l'Acropoli. Piccolo centro di umanità secolare, raccolta entro una barriera di mura megalitiche essa irradia ancora, per il turista che la raggiunge, suggestioni e testimonianze di una vita arcaica. Civitavecchia fu, probabilmente, il nucleo originario del primitivo insediamento volsco (popolo del VII-VI sec. a.C.), fondato per necessità di difesa su un luogo alto e dirupato e poi circondato da possenti mura. Infatti altri popoli italici, quali i Marsi e i Sanniti ne premevano e minacciavano la sicurezza e i beni. La grandiosità di queste mura, che si trovano pure in altri paesi dei Volsci (Atina, Aquinum, Sora, Signia, Arcis) e degli Ernici (Aletrium), ha suggerito alla fantasia popolare il nome di mura pelasgiche (in ricordo dei preellenici, mitici Pelasgi) o ciclopiche (i giganti omerici). E', però, più giusto chiamare questo tipo di mura poligonali proprio per la forma che presentano gli enormi massi, sovrapposti l'uno sull'altro senza alcun legame di malta. Le mura poligonali di Arpino si dipartono da Civitavecchia all'altezza di 627 metri e scendono giù per il declivio fino ad abbracciare e chiudere la città nell'altra minore altura (Civita Falconara). Esse non hanno fondazioni e sono costituite da enormi monoliti di puddinga del pleistocenico, materiale i cui banchi disseminati nell'intero versante nord della propaggine montana e quindi anche in vicinanza del sito arcaico. La muraglia, in origine, si estendeva per 3 km, ma oggi ne rimangono circa 1,5 km ed in alcuni punti si presenta inglobata nelle case. Restaurata nell'età sannitica, poi romana e medioevale con l'aggiunta di torri e di porte, dimostra una serie ininterrotta di vicende storiche. La datazione delle mura di Civitavecchia trova discordi gli studiosi: lo Schmidt le fa risalire al VII-VI sec. a.C., il Sommella le dice di epoca romana. Tito Livio (IV, 57,7) ci dà notizie di rocche ciclopiche volsche esistenti già nel 408 a.C.. Della tesi dello Schmidt si fa assertore anche il Morricone (Arpino Arcaica) rilevando la possibilità delle influenze greche sui nostri antichi territori, dovute agli scambi commerciali e culturali attraverso le valli fluviali del Volturno e del Liri (corsi d'acqua questi, in antico, quasi certamente in parte navigabili) che dalla Campania portavano al massiccio della Meta, ricco di minerali. Certamente l'arco a sesto acuto, porta arcaica d'ingresso all'Acropoli, rievoca in maniera determinante il sistema costruttivo delle gallerie di Tirinto e Micene. Questo prodigioso monumento è alto 4,20 metri ed è formato da blocchi sovrapposti che si restringono verso la cima, tagliati obliquamente sul lato interno. In epoca medievale fu chiuso in un bastione semicircolare, ora per metà demolito. In alcune fotografie, precedenti al restauro del 1960, si presenta con un pilastro centrale che serviva da sostegno. Un'altra porta d'accesso al complesso fortificato è situata alle pendici del colle, a ridosso del quartiere Arco. Si ipotizza fosse usata come accesso inferiore all'acropoli. A differenza dell'arco a sesto acuto questa porta, battezzata come Porta Tana del Lupo, ha forma architravata e massi poligonali ben definiti con facciavista regolare. Interessante è la cava situata accanto al muro perimetrale utilizzata per l'estrazione del materiale per realizzare i ciclopici massi. Non abbiamo testimonianze architettoniche o storiche del periodo romano in Civita Vecchia, ma un'antica credenza vuole collegarla al grande Arpinate. Forse la tradizione tramandataci da Plutarco e Silio Italico che Cicerone discendesse dal re volsco Tullio Attio, fece ritenere che proprio lì, nel primitivo insediamento, fosse l'origine dei Tulli. Civitas Ciceroniana venne indicata, infatti, nel catasto di Arpino del 1581; Torre di Cicerone viene chiamata la torre medioevale del luogo; ma soprattutto si volle credere che in Civita Vecchia fosse la casa degli avi di Cicerone, ereditata poi dal fratello Quinto. Credenza che portò la studiosa Marianna Dionigi all'inizio del 1800 fin sull'antica rocca. Il suo sogno romantico, però, rimase deluso perché non trovò traccia della casa di Cicerone, se non costruzioni recenti, un muro che la tradizione orale chiamava Cicero e un sentiero lastricato detto Via Cicera. Reali sono invece le testimonianze del Medioevo. Entrando dalla Porta, costruita dopo l'inglobamento di quella arcaica in un torrione circolare che ne aveva impedito l'accesso al borgo, troviamo, a sinistra, un'alta torre quadrangolare eretta a difesa di un recinto che costituiva il castrum, racchiuso da mura medioevali, oggi ruderi. In esso una cisterna assicurava il rifornimento idrico. Divenuta Arpino baluardo della Chiesa verso il Sud dell'Italia, dopo il 1215, le mura che scendevano da Civita Vecchia verso Arpino vennero rafforzate e completate con torri quadrate e rotonde, con bastioni forniti di casematte collegati da cammini di ronda. Una comoda passeggiata panoramica, che si diparte dal centro del borgo, ci fa ammirare da vicino queste storiche costruzioni.

Gonfalone d'Arpino

IL GONFALONE

La manifestazione folkloristica tra le Contrade

Il "Gonfalone" di Arpino è una manifestazione folkloristica tra i Quartieri e le Contrade della città di Arpino a tutela e valorizzazione delle tradizioni, che affondano le radici negli usi e costumi dei nostri antenati e della terra ciociara.Il palio della "terra di Cicerone" rappresenta per la città di Arpino (Fr) un mezzo di promozione turistica notevole, per far conoscere il grande patrimonio di storia, arte, tipicità e tradizioni. La manifestazione si svolge in tre momenti principali. Inizia con la presentazione del Gonfalone, che si svolge sempre l’ultimo sabato di Luglio. Essa consiste nella presentazione e benedizione del Drappo, realizzato da un artista di fama internazionale, e nella sfilata dei costumi ciociari dei Quartieri e delle Contrade. Si continua con le Feste e Sagre di quartieri e contrade dentro e fuori le mura della Città. Per l’occasione vengono degustati piatti tipici ciociari, preparati secondo le antiche ricette tradizionali dalle “massaie” che “prestano”, orgogliosamente, la loro preziosa arte. L’evento prosegue con gli attesissimi Giorni del Palio. In queste giornate, nel week end dopo ferragosto, il centro storico è animato da momenti folkloristici con canti popolari, saltarello ciociaro e angoli caratteristici, in cui sono rievocati antichi mestieri, tipicità e tradizioni ciociare. Gran finale con le sei gare valide per l’assegnazione dell’ambito Drappo

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